I Paf anche a Bologna, e non c'è da esserne contenti
I PAF arrivano nella nostra città e no, non ne siamo contenti. Dietro questi nuovi continui acronimi ci sono storie umane che rischiano di spezzarsi da un giorno all'altro.
La Caserma Gamberini e la caserma Mattei, sedi dei CAS, si stanno trasformando in un centro PAF (Procedura Accelerata di Frontiera). È una novità introdotta dal nuovo Patto Europeo sulla migrazione e l'Emilia-Romagna è una delle regioni in cui si sta partendo con i numeri più alti, circa 900 posti. Regioni come Piemonte o Lazio hanno rispettivamente 72 e 20 posti.
E non bisogna dimenticare che tali luoghi sono già occupati e lo sono anche da persone che hanno un lavoro e stanno seguendo un percorso di inserimento. Persone che non sono soggette alle nuove procedure, per cui rischiano di essere estromessi dalle strutture senza alcuna alternativa abitativa e condannati a vivere per strada, in macchina se la possiedono, oppure ad andare a sovrapopolare alloggi dei conoscenti che li ospitano per consentirgli di suprerare il loro stato di emergenza.
Ma cosa significa essere rinchiusi in un PAF in parole semplici?
-Esami lampo: chi arriva da Paesi considerati "sicuri" vede la propria richiesta d'asilo esaminata in pochissimi giorni, massimo 90. La possibilità di avere un rapido diniego è molto alta.
-Limitato accesso all’assistenza legale: questo è dato anche dal fatto che la logica detentiva isola o rende difficilissimo anche il supporto della società civile e associazionismo.
-Detenzione amministrativa: per evitare che le persone si allontanino durante questo controllo rapido, vengono trattenute all'interno della struttura, sorvegliate dalla Polizia di Frontiera. Di fatto, una grave privazione della libertà per chi non ha commesso alcun reato, ma ha solo chiesto aiuto e di agire il diritto di asilo.
-Il rischio strada: se la domanda viene respinta (e con le procedure accelerate i tassi di diniego superano il 70-80%), queste persone perdono istantaneamente il diritto all'accoglienza. Vengono espulse dal centro dall'oggi al domani, senza una rete, senza un lavoro, senza un posto dove andare.
Parlando con alcune delle persone interessate, che ci sono venute a chiedere aiuto avendo paura di trovarsi da un giorno all’altro senza un tetto, il sentimento dominante è il disorientamento. Molti non sanno nemmeno cosa stia per succedere; altri lo hanno capito e sono terrorizzati dal ritrovarsi per strada da un momento all'altro o da essere trasferiti a centinaia di km e perdere così il posto di lavoro e il percorso fatto fino ad ora nel territorio.
La prospettive per questi centri sono allarmanti, luoghi disumanizzanti. Inoltre per il Centro Mattei la capienza passerà improvvisamente da 200 a oltre 540 persone. Quasi triplicata! Ci chiediamo, a livello sia logistico che umano, come si possa garantire una permanenza dignitosa ammassando così tante vite in uno spazio che già ha diverse criticità ospitandone meno della metà.
Un terzo centro PAF in provincia sarà a Sasso Marconi.
Il rischio concreto che è quasi una certezza è anche quello dell'emergenza sociale. Negli ultimi anni, i dati del Viminale e del terzo settore mostrano che la riduzione drastica della protezione e l'espulsione immediata dai centri (CAS) non fermano i flussi, ma creano solo marginalità. Centinaia di persone finiranno sul nostro territorio senza un tetto, invisibili, esposte alla disperazione e allo sfruttamento.
In una città che ha già enormi problemi legati all’abitare qual è l’utilità di creare destabilizzazione?
Noi continueremo a monitorare quello che accade, a parlare con chi si rivolge a noi per chiederci aiuto ma anche a richiedere che il nostro territorio non risponda a questa complessa realtà con le serrate e l'isolamento ma con l'attenzione che si deve a ogni essere umano, che ha la sua storia, la sua sofferenza, la sua voglia di riscatto. Esseri umani, non numeri da smaltire.
